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Un blog di Elisa Gianardi

“ […] attraverso la poetica. Ci si accorgerà che la poetica non è un’arte del sogno e dell’illusione, ma è un modo di pensarsi, di pensare il rapporto con se stessi e di esprimerlo. Ogni poetica è una rete.”
Éduard Glissant, Poetica del diverso.

domenica 5 luglio 2009

Riflessione sulla "barbarie" della propria provenienza

"Cosa c'è di strano se sono siriano?
Straniero, noi dimoriamo in un solo paese, il mondo (Kosmos):
un unico abisso (Chaos) diede la nascita a tutti i mortali".

Prefazione di Meleagro di Gadara (fine II sec inizio I sec a.C.) alla sua antologia di liriche d'amore "romantico", la "Ghirlanda", che avrà vastissima influenza sulla poesia romana in età repubblicana e augustea.

Viaggiatore o colonizzatore?

Pensiamo al “Robinson Crusoe” (1719), paradigma letterario perfetto per un certo tipo di viaggiatore. Defoe aveva tratto la sua storia da un episodio realmente accaduto qualche anno prima: un marinaio scozzese venne abbandonato dai compagni su una piccola isola di un arcipelago al largo della costa cilena, dove visse per quattro anni in completa solitudine, fino a quando una nave di passaggio non lo riportò a casa. Nel 1712 uscì un libro del comandante che aveva prelevato il marinaio dall’isola, nello stesso anno la storia comparve anche in un opuscolo firmato Isaac James. Defoe fu l’autore che meglio di ogni altro trasformò le disavventure reali di un marinaio scozzese in un’opera della fantasia, tessendo sulla storia reale un romanzo che divenne rapidamente un “classico” della letteratura occidentale. Il motivo di tanta fortuna è che si presta a diverse letture, e l’opera si rivela preziosa anche per il discorso che a noi interessa: la riflessione “sull’incontro con l’altro”. L’incontro con l’altro di Robinson ha per oggetto un indigeno ribattezzato Venerdì, che Crusoe aveva salvato dal sacrificio di altri indigeni antropofagi. E subito la narrazione di Defoe ci propone un modello di pregiudizio di un uomo occidentale degli inizi del ‘700 nei confronti della natura e delle altre culture. Insomma Robinson Crusoe incarna perfettamente le aspirazioni e le strutture etico - religiose del suo mondo. Naufraga sull’isola vestito come un perfetto cittadino inglese, con i suoi strumenti, le sue armi e soprattutto con la lettura, la Bibbia, e sull’isola sa ricostruire in piccolo e molto fedelmente le strutture religiose, etiche, sociali, economiche e perfino amministrative dell’Inghilterra puritana e protestante che ha lasciato. Salva un uomo dal barbaro rito cannibalesco, spara colpi di fucile contro uomini e animali, fa esplodere dell’esplosivo per modificare il territorio, instaura un rapporto basato sulla forza e sulla sopraffazione con l’ambiente che lo circonda. Robinson è
un viaggiatore che non si fa cambiare dal suo viaggio, ma al contrario trasforma il luogo e l’altro che incontra, li costringe a somigliargli. L’isola diventa il suo dominio, gli altri saranno i nemici da temere e combattere, il migliore di loro, Venerdì, diventerà suo schiavo.
Un naufragio meno celebre ma vissuto realmente dall’autore di “Naufragios” (1542), lo spagnolo Alvar Nuňez Cabeza de Vaca, avvenne sulle coste dell’attuale Florida ed è tale da costituire l’esatto rovesciamento di quello di Crusoe. Cabeza de Vaca, al contrario di Robinson, perde nel naufragio tutti gli strumenti della sua civiltà, i vestiti, le armi, gli specchietti e le collanine, che dovevano incantare gli indigeni durante il viaggio di conquista: “Ci trovammo nudi come il giorno in cui venimmo al mondo, privi di quelle poche cose che, in quel frangente, per noi significavano tutto”. Vivrà in una tribù di indios per sette anni, aprendosi alla loro cultura al punto di diventarne elemento fondamentale, lo sciamano. L’integrazione con la sua cultura d’adozione è tale che Cabeza de Vaca arriverà a distinguere, verso la fine del suo racconto, un “noi”, lui e gli indios, e un “loro”, i vecchi connazionali spagnoli, sentiti ormai come estranei. Se Robinson riuscì a conquistare lo spazio incontrato, Cabeza de Vaca ne venne conquistato; se quello aveva asservito l’altro alle proprie convenienze e teorie, questo si era messo al suo servizio; mentre quello imponeva la sua cultura su un’altra ritenuta inferiore, questo la apriva al confronto e, pur senza mai rinnegarla, ne accettava le contaminazioni.

Non è solo la nostra intelligenza a farci percepire come migliore il secondo tipo di viaggiatore, ma la stessa parola “viaggio”, la cui origine richiama un elemento fondamentale: “viaggio” deriva dal provenzale “viatge”, a sua volta derivato dal latino “viaticum”, che designava originariamente gli “alimenti necessari per compiere la via”. “Viaggio” è quindi “ciò che viene consumato durante la strada”. Si dà al tutto il nome di una sua parte, una sineddoche che serve per illuminare uno degli aspetti più importanti del viaggio: perché un viaggio sia tale non basta considerare il puro spostamento che un individuo compie da un luogo all’altro, ma è necessario osservare cosa abbia alimentato il suo percorso, quale sia stato lo scambio avvenuto per strada, in altre parole, come l’esperienza del viaggio, cioè la scoperta dell’altrove, sia stata recepita e trasformata. La parola inglese “travel” il cui significato è “viaggio” conserva nell’etimologia qualcosa di doloroso: “tripalium” era il nome di uno strumento di tortura, così chiamato perché formato da tre pali. La parola assume quindi connotazione di sofferenza e castigo, come anche nell’italiano “travaglio”, ossia “tormento” e “fase preliminare del parto”. Anche il verbo italiano “partire” conserva nell’etimologia il sostantivo latino “pars”,”partis”, cioè “parte”,“frazione” quindi “distacco”, ma dalla stessa radice ha origine il verbo latino “parere” ossia “partorire”. Le sovrapposizioni travel/travaglio, partire/partorire sembrano paradossi linguistici, ma in realtà costituiscono un nucleo concettuale fondamentale attraverso il quale si organizza l’esperienza del viaggio: che è quella della ri-nascita sotto una forma diversa, data dall’esperienza dell’altrove e dall’incontro con l’altro. Cosa che sappiamo da tempo, nella tradizione del’Occidente giudaico-cristiano è infatti da sempre in cammino la figura di un viaggiatore immortale, ma quello che sembrerebbe un privilegio, vivere in eterno, assume la valenza di un terribile castigo: l’Ebreo errante, colpevole di aver oltraggiato Dio, è costretto a vagare senza meta e senza tempo fino al giorno del Giudizio. L’immortalità si trasforma in condanna, in quanto sottrae il viaggio al dominio normale dell’esperienza. Chi non può morire non potrà nemmeno ri-nascere; se l’esperienza non riesce a trasformare e rinnovare l’individuo, la condanna al moto perpetuo finirà con l’equivalere alla perfetta immobilità.

Purtroppo il prototipo di viaggiatore che meglio rappresenta la nostra civiltà europea-occidentale è ancora il “magnifico” Robinson Crusoe, che, nella nostra ottica, è l’eroe che ha sconfitto e contemporaneamente salvato il barbaro selvaggio, portando con le regole e la razionalità europea un po’ di “umana civiltà” in un mondo lontano, brutale e pericoloso. Colui che, dall’alto della propria superiorità di strumenti e mezzi, si è sentito a casa in entrambi i mondi, non perché si è aperto a tutti e due, ma perché il secondo l’ha distrutto e ricostruito come facsimile e copia del primo. Un viaggiatore superbo e chiuso, cieco e sordo, in definitiva, non un viaggiatore ma un colonizzatore.

giovedì 2 luglio 2009

Anche la Grecia è africana e mediorientale

L’idea di una “Milano nera” del articolo precedente mi ha risvegliato il pensiero di una intera civiltà “nera” che però tende a sbiancarsi: la nostra, europea - occidentale. E’ solo dagli anni ’80 che alcuni studiosi di letteratura europea hanno iniziato un percorso critico nei confronti della propria disciplina, e le conclusioni sono disincantate: il mito delle origini greche della cultura occidentale, è, appunto, un mito, elaborato prima nel Rinascimento ma soprattutto dalla filologia tedesca d’ottocento. Martin Bernal lo chiama “modello ariano” secondo il quale il “miracolo” della civiltà greca avrebbe appunto un origine autoctona, idea costituita e portata avanti da “studiosi accumunati da pregiudizi antisemiti e razzisti”, il modello si sarebbe poi imposto all’opinione pubblica.
Oggi, per quasi due secoli ci hanno insegnato a scuola lingua, letteratura, filosofia, pensiero greco, di cui il latino sarebbe diretta discendenza ed espansione. Scrive Arnaldo Momigliano in “Saggezza straniera” – “Siamo effettivamente riusciti a dimenticare il debito che abbiamo verso celti, germani e arabi. Non ci è invece mai permesso di dimenticare quello verso la Grecia, Lazio e la Giudea”. Insomma l’obliterazione semicosciente di vasta area di civiltà nell’orizzonte culturale e formativo dell’occidente.
Secondo Bernal gli stessi greci erano coscienti della provenienza egizia, dunque africana, e fenicia, dunque semitica, di elementi e fattori determinanti della cultura greca, quali nomi di luoghi e persone, l’alfabeto, molte narrazioni mitologiche, alcuni aspetti del pensiero filosofico. La democrazia greca, che noi sentiamo alla base concezioni politiche occidentali, sarebbe stata anticipata dall’assemblea dei liberi in età sumerica, e alcuni teoremi attribuiti a Pitagora sarebbero già stati scoperti dai babilonesi già nel II millennio a.C. Molti mitologhemi greci, come la castrazione del padre divino da parte del figlio (Crono) o come l’intera epopea odissiaca, trovano antecedenti e paralleli in narrazioni mesopotamiche, urrite o ittite: l’intera “Teogonia” di Esiodo dipende, come è ormai accettato anche sui manuali scolastici, dal poema accadico “Enûma elish”, II millennio a.C.

Sottolineando che “La Grecia è parte dell’Asia, e la letteratura greca è una letteratura mediorientale” (M.L.West) e che quindi dobbiamo abituarci all’idea dell’esistenza di una koiné nel mediterraneo orientale, di cui la cultura greca, culla dell’occidente, è una delle tante espressioni e spesso non la prima; non voglio di certo con questo togliere valore all’antichità greca, forse aggiungerlo facendo perno sulla multiculturalità della Grecia antica, con gli apporti mediorientali e africani. Più volte ho ripetuto in questo blog come io sostenga una poetica del diverso, nel senso, come intendeva Glissant, di una “Poetica della Relazione”, relazione con l’Altro che rende molto più concreto il nostro astratto “essere” e sempre con lui che “tutto il mondo si creolizza, tutte le culture sono in contatto con tutte la altre e non è possibile impedire continui scambi”, solo continua Glissant, ci sono due tipi di culture: quelle ataviche dove la creolizzazione è avvenuta tanto tempo fa e oggi tendono a considerarsi entità a sé stanti, e quelle composite dove è avvenuta più recentemente e hanno minor difficoltà a riconoscersi come meticcie, “le culture ataviche difendono in maniera spesso drammatica lo statuto della loro identità a radice unica, per la concezione sublime e mortale che i popoli d’Europa hanno veicolato in tutto il mondo, ovvero che ogni identità è un’identità a radice unica, che esclude ogni altra. Questa visione si oppone alla nozione reale nelle culture composite dell’identità come fattore e risultato di una creolizzazione, e quindi dell’identità come rizoma, radice che si incontra con altre radici”.
Ecco cosa ritengo valga di più: una visione reale e integra, non preconcetta sul mondo.

A chi interessa, piccolo excursus di paralleli e paragoni letterari tra poesia greca arcaica e poesia del Vicino Oriente ripresi dal colossale studio degli ultimi anni di Martin L. West “The East Face of Helicon”:
- Metafore come “cuor di leone” e “duro come pietra” sono comuni a tutta l’area mediterranea
- Il raro aggettivo omerico “anemo’ios”, “ventoso” nel senso di “vano” sembra avere paralleli non in greco classico ma nell’epoca semitica
- L’immagine “fuoco che mangia” o l’anafora “vidi… vidi” o “vedemmo… vedemmo”, usuale dall’Odissea a Rimbaud, ha precedenti nella versione medio babilonese del Diluvio universale
- L’uso di figure come l’epanalessi, ben attestata in documenti ugaritici
- Moduli descrittivi come “C’è una città chiamata…” sono sia omerici che ittiti e gilgameshiani
- Alcune esclamazioni greche, come “aiai”, sembrano venire da lingue semitiche
- Paragoni poetici come “Amore mi scuote come il vento un albero” si trovano in Saffo ma anche in Isaia o la formula interrogativa “a chi potrò paragonarti” si riscontra nella poetessa di Lesbo ma anche in Ezechiele
- L’uso in funzione comparativa della preposizione “di” (fiori d’oro) presente già in Pindaro ha attestazioni nell’epos di Gilgamesh

domenica 7 giugno 2009

Perché Milano è davvero africana


Ciao. Noto con tristezza che l'ultimo post è ormai vetusto e datato gennaio 2009! E' ora di ricominciare a scrivere e per l'occasione voglio postare un bell'articolo di Rinaldo Gianola sull'immigrazione a Milano, tratto dal sito de L'Unità il 6 giugno 2009. Buona lettura.



Ci sono così tanti immigrati in giro per le strade che Milano sembra una città africana, si lamenta Silvio Berlusconi. E ha ragione. Milano è davvero un po’ africana, ma non solo: è rumena, egiziana, cinese, ucraina, filippina e molto altro ancora. Milano è il luogo dell’immigrazione, della secolare accoglienza, a volte contrastata e spesso violenta, di tutte le etnie possibili, e prima che diventasse il paradigma del volgare governo della destra e della Lega questa era anche la città che offriva l’occasione dell’emancipazione e del riscatto a milioni di “diversi” che cercavano fortuna sotto le guglie del Duomo.

Berlusconi è un milanese, nato nel quartiere popolare dell’Isola, a pochi metri di distanza dalla storica sede dei comunisti di via Volturno. Poi ha frequentato l’istituto dei Salesiani, ma pare aver dimenticato tutto. Sarà colpa della “gnocca”, come spiega Libero, o degli effetti collaterali delle pozioni miracolose che promettono l’eterna giovinezza, ma il premier ha rimosso la storia e i suoi ricordi. Forse dovrebbe chiedere aiuto all’amico Fedele Confalonieri il quale potrebbe ricordargli la "casbah" attorno alla Stazione Centrale, le “coree” proletarie delle periferie, l’invasione dei “terroni” che consumavano la vita nelle fabbriche della cintura nord. Tutti immigrati, deboli, umili e con un gran voglia di farcela. Come Weah, ex centravanti molto “abbronzato” del Milan.

Milano è africana e molto altro ancora perchè qui la Chiesa è storicamente aperta e tollerante. In questa città, agli albori del cristianesimo, l’africano, africano per davvero, Sant’Agostino viene convertito e battezzato da Sant’Ambrogio, il patrono della città. Federico Borromeo spediva i suoi inviati in giro per il mondo ad acquistare i Codici arabi, i testi dell’Islam, a cercare e conoscere le culture diverse, quelle lontane dal cristianesimo. Questi volumi erano curati, studiati, conservati e oggi quel patrimonio è custodito in quel gioiello che è la Biblioteca Ambrosiana dove vengono ospitati a studiare neri e perfino musulmani. Questo è il Dna della Milano africana che fa paura oggi a Berlusconi e ai suoi sodali leghisti. Il consigliere Salvini della Lega che propone carrozze e posti della metropolitana riservati ai milanesi dovrebbe essere costretto a studiare per qualche anno all’Ambrosiana.

Milano è africana perchè è una città che ha prosperato sull’immigrazione. E questo fenomeno non è finito, continua, si allarga, spaventa ma si perpetua. Su quattro milioni di persone che ogni giorno vivono e lavorano a Milano circa il 10% sono immigrati ma probabilmente la percentuale vera, quella che sfugge alle statistiche ufficiali, è più alta. Le colf filippine, le badanti ucraine, i ristoratori cinesi, i muratori rumeni, i facchini latino americani, i siderurgici africani, fanno funzionare le aziende e le famiglie, alimentano lo sviluppo, questa è la realtà come avviene a Londra, Parigi e Berlino.

Oggi se l’immigrazione, se Milano africana fanno paura è perchè manca un governo dell’accoglienza, perchè si pensa che solo le legnate possano produrre risultati, perchè il vice sindaco De Corato annuncia che su 25 stupri ben 23 sono responsabilità di extracomunitari ma dimentica di chiedere alla Procura l’elenco delle violenze consumate tra le serene mura domestiche degli italiani. Sui giornali finiscono solo i rom. Si vorrebbe che gli immigrati andassero a lavorare in fabbrica, ma poi sparissero ai nostri occhi per non disturbare. Così si spiega che in una metropoli ricca e opulenta come Milano la comunità islamica non abbia ancora un posto per la preghiera. E magari sarà costretta a rioccupare il marciapiede di viale Jenner.

L’anno scorso, durante una puntata dell’Infedele di Gad Lerner, una bella signora africana, spiegando la sua vita, disse: «Noi ci prendiamo cura degli italiani». È vero, è una frase perfetta se solo fossimo capaci di capire.

giovedì 1 gennaio 2009

La barzelletta delle intercettazioni telefoniche, un caso emblematico di "necessità dei potenti truffaldini".

Con l'arrivo dell'anno nuovo voglio sottoporvi una serie di quesiti che attanagliano la mia mente dal momento in cui il nostro signor Premier ha iniziato a sviolinare la serie di interventi che intende portare avanti in questo nostro nuovo 2009 (che invece noi non vogliamo farci rovinare). A parer mio (ma sarò sola?) Berlusconi intende continuare a distruggere il nostro Paese, dandogli addirittura il cacio falloso per portarlo alla disfatta finale.
Allora sì che il nostro Bel Paese potrà dirsi davvero finito, in mano alla corruzione, premiata, e quindi sempre più dilagante, a un potere corrotto e truffaldino: politici, giudici, forze di polizia ma anche "semplici" imprenditori o amministratori. Tanto il nostro è sempre stato e sarà il Paese dei fubetti e dei voltafaccia, dei moralisti di facciata e dell' "arraffa-arraffa che tanto nessuno ti fa niente" (se hai i soldi e qualche buon intermediario). Il Paese dove "lo fanno tutti" funge da intensa giustificazione morale e dove, se ti tovi nei guai con la giustizia, puoi sempre reclamare un ingiusto giustizialismo (che ossimoro efficace) proprio nei tuoi confronti (chissà se il ventenne spacciatore, preso con le mani nel sacco, potrà cercare di difendersi davanti ai giudici dicendo che la polizia però lo seguiva da mesi, forse da anni...come dire, si può chiudere un occhio ogni tanto, anche due). E ciò sembra non scuotere la coscienza di molti.
Va bene, ora andiamo al punto Berlusconi promette per il nuovo anno, riforme sulla giustizia, sui processi civili e penali, oltre che sulle intercettazioni telefoniche. E' quest'ultimo punto che mi ha fatto fare un, nuovo, enorme salto sulla sedia.
Rispuntano tra i "grandi" problemi del Paese le intercettazioni telefoniche. Sembra una barzelletta non è vero? In primo luogo mi chiedo come fa, con quale enorme potere, Belusconi sia riuscito, ok dopo averne parlato in tv diverse volte, a far credere alla gente comune, ma non solo (anche Vespa, mentre continua a servirsene per alcuni processi che segue nel suo "Porta a Porta" come il delitto di Cogne o di Erba, ripete come sia fondamentale limitarle) che le intercettazioni telefoniche siano un grosso problema del Paese, al punto che le stesse persone comuni debbano essere all'erta, perchè potrebbero essere spiate e intercettate in qualsiasi momento. Ma perfavore! Sarà mai possibile una cosa del genere? Capisco che la mia vicina abbia manie di grandezza ma non credevo davvero che la gente fosse così stupida. E, per riprendere il discorso di prima, su come il nostro Paese premi e sia fedele ai furbetti e moralisti di facciata, sarebbe grave essere intercettati perchè "ce ne sono pochi con la coscienza a posto".
Insomma come a dire che se sei un onesto cittadino italiano che paga le sue tasse e fa il suo lavoro onestamente dovresti preoccuparti di qualcosa! Io farò parte di quella "piccola" parte di italiani che si sentono tranquillamente a posto con se stessi e che non me ne sbatte un tubo delle intercettazioni telefoniche, nel senso che le ritengo molto utili per certi tipi di misfatti, sopratutto quelli legati alle alte sfere, politiche o ecomoniche che siano, visto che si sono dimostrate, in quegli ambiti, le uniche ricerche efficaci. Ricordo, solo così per sfizio, Bancopoli, Calciopoli, clinica horror Santa Rita, Sismi deviato, Tangentopoli a Firenze, Pescara, Napoli, Potenza. Appare lampante a questo punto come le intercettazioni telefoniche siano sì un grosso problema, ma solo per quei potenti che, con i soldi possono comprare tutto, ma non possono (sempre con quelli) cancellare loro parole ormai registrate.
Come ha detto il nostro Premier le intercettazioni telefoniche potranno essere utilizzate solo per i reati maggiori, sopra i 15 anni di reclusione, come il terrorismo internazionale e il crimine organizzato di stampo mafioso. Ma volete sapere quali sono quindi i reati "minori" per cui vengono vietate? Associazione a delinquere, sequestro di persona, rapina, stupro, furto, spaccio, estorsione, truffa, frode fiscale, bancarotta, omicidio colposo e sfruttamento della prostituzione. Sono reati minori questi? Sarà felice lo spacciatore ma sarà molto più felice il dirigente corrotto, l'affarista truffaldino, il politico consenziente.
Spero vivamente che qualche voce si leverà e si farà sentire, perchè ci siamo stufati tutti di questo silenzio-assenzo che continua a far da padrone nel nostro Paese, di questa grande barzelletta che è l'Italia che "decostruiamo/costruiamo" zoppa giorno dopo giorno.

domenica 21 dicembre 2008

"La vergine nera" di Albert Abble.

Con l'approssimarsi del Natale, io (chiaro esempio della secolarizzazione secondo taluni), mi sono trovata a riflettere più spesso sulla religione, e, sempre tra le mie peregrinazioni mentali, mi sono imbattuta in questa poesia, datata 1957, di un poeta cattolico nero, che, giustamente, rivendica la propria africana Vergine nera. Come dargli torto?


La vergine nera

Io vado in cerca d'un artista negro
che mi dipinga una Vergine Nera,
una Vergine con un bel "keyowa",
com'usano portar le mamme nostre.
Tu ben lo sai, o Madre,
T'han prestato i loro color i Gialli,
e rossa T'han fatto a lor volta i Rossi,
Qual figlia dell'Occidente, T'han raffigurata i Bianchi.
Saresti forse restia
A prender la tinta nostra?
Dal giorno in cui rapita
Fosti da questa terra
E con trionfo sommo entrasti nella gloria
Tu non hai più color.
Meglio, Tu divenisti
D'ogni color adorna;
Tu sei gialla pei Gialli,
e rossa per i Rossi,
bianca tu sei pei Bianchi,
e nera per i Negri:
Come Madre di più figli
Di colori differenti,
la quale in ognuno di loro,
in modo egual si ritrova.
Così Tu sei, o Madre,
Mamma dei Negri ancora,
Madre di colore nero
Sul cui dorso riposa
il Bambino Gesù.
Una Vergine con un bel "keyowa"
Com'usan portar le mamme nostre
Una Vergine in bel sembiante nero
Un pittor negro a rimirar mi dia.

Albert Abble
da "Nera ma bella. Per un'analisi storico-religiosa del culto mariano in Africa", Danila Visca, Bulzoni Editore, 2002.

giovedì 4 dicembre 2008

«Non ridere, non piangere, non giocare» I 30 mila piccoli italiani illegali in Svizzera.

Riporto un bell'articolo apparso sul Corriere della Sera lo 02/12/08, perchè illuminante e perchè si riallaccia al post sull'emigrazione italiana nel mondo di qualche tempo fa.

Anni Settanta
«Non ridere, non piangere, non giocare» I 30 mila piccoli italiani illegali in Svizzera.
Quando Berna ostacolava i ricongiungimenti familiari dei nostri emigranti. E i mariti assumevano le mogli come domestiche per farle arrivare.

Le mogli e i bambini degli immigrati? «Sono braccia morte che pesano sulle nostre spalle. Che minacciano nello spettro d'una congiuntura lo stesso benessere dei cittadini. Dobbiamo liberarci del fardello». Chi l'ha detto: qualche xenofobo nostrano contro marocchini o albanesi? No: quel razzista svizzero di James Schwarzenbach. Contro gli italiani che portavano di nascosto decine di migliaia di figlioletti in Svizzera. E non nell' 800 dei dagherrotipi: negli anni Settanta e Ottanta del '900.
La casa del fanciullo a Domodossola. Foto del 1974Quando Berlusconi aveva già le tivù e Gianfranco Fini era già in pista per diventare il leader del Msi. Per questo è stupefacente la rivolta di un pezzo della destra contro la sentenza della Cassazione, firmata da Edoardo Fazzioli, che ha assolto l'immigrato macedone Ilco Ristoc, denunciato e processato perché non si era accontentato di portare in Italia con tutte le carte in regola (permesso di soggiorno, lavoro regolare, abitazione decorosa) solo la moglie e il bambino più piccolo ma anche la figlioletta Silvana, che aveva 12 anni. Cosa avrebbe dovuto fare: aspettare di avere un giorno o l'altro l'autorizzazione ulteriore e intanto lasciare la piccola in Macedonia? A dodici anni? Rischiando addirittura, al di là del trauma, il reato di abbandono di minore? Macché. Il leghista Paolo Grimoldi, indignato, si è chiesto «se la magistratura sia ancora un baluardo della legalità oppure il fortino dell'eversione».
E la forzista Isabella Bertolini ha bollato il verdetto come «un'altra mazzata alla legalità» e censurato la «legittimazione di un comportamento palesemente illegale». Lo «stato di necessità» previsto dalla legge e richiamato dalla suprema Corte, a loro avviso, non è in linea con le scelte del Parlamento. L'uno e l'altra, come quelli che fanno loro da sponda, non conoscono niente della grande emigrazione italiana. Niente. Non sanno che larga parte dei nostri emigrati, almeno quattro milioni di persone, è stata clandestina. Lo ricordano molte copertine della Domenica del Corriere, il capolavoro di Pietro Germi «Il cammino della speranza», decine di studi ricchi di dettagli (tra cui quello di Simonetta Tombaccini dell'Università di Nizza o quello di Sandro Rinauro sulla rivista «Altreitalie» della Fondazione Agnelli) o lo strepitoso reportage in cui Egisto Corradi raccontò sul Corriere d'Informazione del 1947 come aveva attraversato il Piccolo San Bernardo sui sentieri dei «passeur» e degli illegali. Non conoscono storie come quella di Paolo Iannillo, che fu costretto ad assumere sua moglie come domestica per portarla a vivere con lui a Zurigo. Ma ignorano in particolare, come dicevamo, che la Svizzera ospitò per decenni decine di migliaia di bambini italiani clandestini. Portati a Berna o Basilea dai loro genitori siciliani e veneti, calabresi e lombardi, a dispetto delle leggi elvetiche contro i ricongiungimenti familiari.


Leggi durissime che Schwarzenbach, il leader razzista che scatenò tre referendum contro i nostri emigrati, voleva ancora più infami: «Dobbiamo respingere dalla nostra comunità quegli immigrati che abbiamo chiamato per i lavori più umili e che nel giro di pochi anni, o di una generazione, dopo il primo smarrimento, si guardano attorno e migliorano la loro posizione sociale. Scalano i posti più comodi, studiano, s'ingegnano: mettono addirittura in crisi la tranquillità dell'operaio svizzero medio, che resta inchiodato al suo sgabello con davanti, magari in poltrona, l'ex guitto italiano». Marina Frigerio e Simone Burgherr, due studiosi elvetici, hanno scritto un libro in tedesco intitolato «Versteckte Kinder» (Bambini nascosti) per raccontare la storia di quei nostri figlioletti. Costretti a vivere come Anna Frank. Sepolti vivi, per anni, nei loro bugigattoli alle periferie delle città industriali. Coi genitori che, terrorizzati dalle denunce dei vicini, raccomandavano loro: non fare rumore, non ridere, non giocare, non piangere. Lucia, raccontano Burgherr e la Frigerio, fu chiusa a chiave nella stanza di un appartamento affittato in comune con altre famiglie, per una vita intera: «Uscì fuori per la prima volta quando aveva tredici anni». Un'altra, dopo essere caduta, restò per ore ad aspettare la mamma con due costole rotte. Senza un lamento. Trentamila erano, a metà degli anni Settanta, i bambini italiani clandestini in Svizzera: trentamila. Al punto che l'ambasciata e i consolati organizzavano attraverso le parrocchie e certe organizzazioni umanitarie addirittura delle scuole clandestine. E i nostri orfanotrofi di frontiera erano pieni di piccoli che, denunciati dalla delazione di qualche zelante vicino di casa, erano stati portati dai genitori appena al di qua dei nostri confini e affidati al buon cuore degli assistenti: «Tenete mio figlio, vi prego, non faccio in tempo a riportarlo a casa in Italia, è troppo lontana, perderei il lavoro: vi prego, tenetelo». Una foto del settimanale Tempo illustrato n. 7 del 1971 mostra dietro una grata alcuni figli di emigranti alla Casa del fanciullo di Domodossola: di 120 ospiti una novantina erano «orfani di frontiera». Bimbi clandestini espulsi. Figli nostri. Che oggi hanno l'età di Grimoldi e della Bertolini.

Dicono: la legge è legge. Giusto. Ma qui il principio dei due pesi e delle due misure nella Costituzione non c'è. E la realtà dice che almeno un milione di italiani vivono oggi in condizioni di sovraffollamento nelle sole case popolari senza essere, come è ovvio, colpiti da alcuna sanzione: non si ammanettano i poveri perché sono poveri. A un immigrato regolare e a posto con tutti i documenti che sogna di farsi raggiungere dalla moglie e dai figli esattamente come sognavano i nostri emigrati, la nuova legge chiede invece non solo di dimostrare un reddito di 5.142 euro più altri 2.571 per la moglie e ciascuno dei figli ma di avere a disposizione una casa di un certo tipo. E qui la faccenda varia da regione a regione. In Liguria ad esempio, denuncia l'avvocato Alessandra Ballerini, in prima linea sui diritti degli immigrati, occorre avere una stanza per ogni membro della famiglia con più di 14 anni più un vano supplementare libero (esempio: il salotto) più la cucina e più i servizi igienici. Il che significa che una famiglia composta da padre, madre e quattro figli adolescenti dovrebbe avere una casa con almeno sei stanze. Quanti italiani hanno la possibilità di vivere così? Quando vinse la Coppa dei Campioni, coi soldi dell'ingaggio e del premio per la coppa, Gianni Rivera comprò un appartamento a San Siro. Il papà e la mamma dormivano nella camera matrimoniale, il fratello nella cameretta e lui in un divano letto in salotto. Se invece che di Alessandria fosse stato di Belgrado, sarebbe stato fuorilegge. Ed era Gianni Rivera. Il campione più amato da un'Italia certo più povera. Ma anche più serena di adesso.

Gian Antonio Stella
02 dicembre 2008
Blog Vegetariano passaparola diffondi