«Già i presocratici sostenevano che l’essere è relazione, cioè l’essere non è assoluto ma relazione con l’altro, relazione con il mondo, relazione con il cosmo. […] Oggi una poetica della Relazione mi sembra più evidente e più avvincente di una poetica dell’essere.» Éduard Glissant, Poetica del diverso.
martedì 24 novembre 2009
"Seppure sul più prestigioso trono del mondo siamo sempre comunque seduti sul nostro culo" Montaigne [III,13]
"Dalla pratica del mondo si ricava una meravigliosa chiarezza per giudicare gli uomini. Siamo tutti gretti e chiusi in noi stessi e non riusciamo a vedere più in là del nostro naso. Domandarono a Socrate di dove fosse. Non rispose "di Atene" ma "del mondo". Lui che aveva uno spirito ricco e capace di una visione ampia della vita, abbracciava l'universo come la sua città, estendeva le sue conoscenze, la sua solidarietà e i suoi affetti a tutto il genere umano, non come noi che guardiamo soltanto al nostro ombelico." [I,26]
e ragionava ancora:
"Ci siamo valsi della loro ignoranza e inesperienza [dei popoli sottosviluppati] per portarli con maggiore facilità sulla strada del tradimento, della lussuria, della bramosia e di ogni altra sorta di efferatezza e crudeltà, sul modello dei nostri costumi. Chi ha mai assegnato un simile prezzo all'utilità dei commerci e dei traffici? Tante città rase al suolo, tante popolazioni annientate, milioni di uomini passati per le armi e la più ricca e bella parte del mondo sconvolta per il commercio delle perle e del pepe! Vittorie scellerate!" [III,6]
"La povertà dei beni può essere risanata ma guarire la povertà dell'anima è impossibile" [III,10]
mercoledì 15 luglio 2009
L’isola di Arturo di Elsa Morante (1957)

In questo libro troviamo le sue memorie, dall’idillio solitario alla scoperta della vita: l’amore, l’amicizia, il dolore, la disperazione. Come descriverlo meglio se non riportandone un passo, uno tra i miei più amati, tra i tanti amati…
Guapperie inutili
I libri che mi piacevano di più, è inutile dirlo, erano quelli che celebravano, con esempi reali o fantastici, il mio ideale di grandezza umana, di cui riconoscevo in mio padre l’incarnazione vivente.
S’io fossi stato un pittore, e avessi dovuto illustrare i poemi epici, i libri di storia ecc., credo che, nelle vesti dei loro eroi principali, avrei sempre dipinto il ritratto di mio padre, mille volte. E per cominciare l’opera, avrei dovuto sciogliere sulla mia tavolozza una quantità di polvere d’oro, in modo da colorare degnamente le chiome di quei protagonisti.
Come le ragazzine si figurano le fate bionde, le sante bionde e le regine bionde, io mi figuravo i grandi capitani e guerrieri tutti biondi, e somiglianti, come fratelli, a mio padre. Se in un libro un eroe che mi piaceva risultava, dalle descrizioni, un tipo moro, di statura mezzana, io preferivo credere a uno sbaglio dello storico. Ma se la descrizione era documentata, e proprio indubbia, quell’eroe mi piaceva meno, e non poteva essere più il mio campione ideale.
Quando Wilhelm Gerace si rimetteva in viaggio, ero convinto che partisse verso azioni avventurose ed eroiche: gli avrei creduto senz’altro se m’avesse raccontato che muoveva alla conquista dei Poli, o della Persia come Alessandro il Macedone; che aveva ad attenderlo, di là dal mare, compagnie di prodi al suo comando; che era uno sgominatore di corsari o di banditi, oppure, al contrario, che lui stesso era un grande Corsaro, o un Bandito. Lui non faceva mai parola sulla sua vita fuori dell’isola; e la mia immaginazione si struggeva intorno a quell’esistenza misteriosa, affascinante, a cui, naturalmente, lui mi stimava indegno di partecipare. Il mio rispetto della sua volontà era tale che non mi permettevo, neanche in pensiero, l’intenzione di spiarlo, o seguirlo, di nascosto; e non osavo neppure d’interrogarlo. Volevo conquistare la sua stima, e magari la sua ammirazione, sperando che un giorno, finalmente, lui m’avrebbe scelto per suo compagno nei viaggi.
Intanto, quand’eravamo insieme, cercavo sempre l’occasione di mostrarmi valoroso e impavido ai suoi occhi. Attraversavo a piedi nudi, quasi volando sulle punte, le scogliere arroventate dal sole; mi tuffavo nel mare dalle rocce più alte; mi davo a straordinarie acrobazie acquatiche, a esercizi vistosi e turbolenti, e mi mostravo esperto in ogni sistema di nuoto, come un campione; nuotavo sott’acqua fino a perdere il fiato, e riaffiorando riportavo delle prede sottomarine: ricci, stelle di mare, conchiglie. Ma inutilmente, spiando verso di lui da lontano, io cercavo nel suo sguardo l’ammirazione, o almeno l’attenzione. Sedeva a riva senza badarmi; e appena io, disinvolto, fingendomi noncurante delle mie imprese, lo raggiungevo di corsa e mi gettavo sulla sabbia presso di lui: lui si levava con una mollezza capricciosa, gli occhi distratti e la fronte corrugata, come se ascoltasse un invito misterioso, mormoratogli all’orecchio. Alzava le braccia pigre; si lasciava, steso sul fianco nel mare. E si allontanava nuotando lento lento, quasi abbracciato al mare, al mare come a una sposa.
domenica 5 luglio 2009
Riflessione sulla "barbarie" della propria provenienza
Straniero, noi dimoriamo in un solo paese, il mondo (Kosmos):
un unico abisso (Chaos) diede la nascita a tutti i mortali".
Prefazione di Meleagro di Gadara (fine II sec inizio I sec a.C.) alla sua antologia di liriche d'amore "romantico", la "Ghirlanda", che avrà vastissima influenza sulla poesia romana in età repubblicana e augustea.
Viaggiatore o colonizzatore?

giovedì 2 luglio 2009
Anche la Grecia è africana e mediorientale
Oggi, per quasi due secoli ci hanno insegnato a scuola lingua, letteratura, filosofia, pensiero greco, di cui il latino sarebbe diretta discendenza ed espansione. Scrive Arnaldo Momigliano in “Saggezza straniera” – “Siamo effettivamente riusciti a dimenticare il debito che abbiamo verso celti, germani e arabi. Non ci è invece mai permesso di dimenticare quello verso la Grecia, Lazio e la Giudea”. Insomma l’obliterazione semicosciente di vasta area di civiltà nell’orizzonte culturale e formativo dell’occidente.
Secondo Bernal gli stessi greci erano coscienti della provenienza egizia, dunque africana, e fenicia, dunque semitica, di elementi e fattori determinanti della cultura greca, quali nomi di luoghi e persone, l’alfabeto, molte narrazioni mitologiche, alcuni aspetti del pensiero filosofico. La democrazia greca, che noi sentiamo alla base concezioni politiche occidentali, sarebbe stata anticipata dall’assemblea dei liberi in età sumerica, e alcuni teoremi attribuiti a Pitagora sarebbero già stati scoperti dai babilonesi già nel II millennio a.C. Molti mitologhemi greci, come la castrazione del padre divino da parte del figlio (Crono) o come l’intera epopea odissiaca, trovano antecedenti e paralleli in narrazioni mesopotamiche, urrite o ittite: l’intera “Teogonia” di Esiodo dipende, come è ormai accettato anche sui manuali scolastici, dal poema accadico “Enûma elish”, II millennio a.C.
Sottolineando che “La Grecia è parte dell’Asia, e la letteratura greca è una letteratura mediorientale” (M.L.West) e che quindi dobbiamo abituarci all’idea dell’esistenza di una koiné nel mediterraneo orientale, di cui la cultura greca, culla dell’occidente, è una delle tante espressioni e spesso non la prima; non voglio di certo con questo togliere valore all’antichità greca, forse aggiungerlo facendo perno sulla multiculturalità della Grecia antica, con gli apporti mediorientali e africani. Più volte ho ripetuto in questo blog come io sostenga una poetica del diverso, nel senso, come intendeva Glissant, di una “Poetica della Relazione”, relazione con l’Altro che rende molto più concreto il nostro astratto “essere” e sempre con lui che “tutto il mondo si creolizza, tutte le culture sono in contatto con tutte la altre e non è possibile impedire continui scambi”, solo continua Glissant, ci sono due tipi di culture: quelle ataviche dove la creolizzazione è avvenuta tanto tempo fa e oggi tendono a considerarsi entità a sé stanti, e quelle composite dove è avvenuta più recentemente e hanno minor difficoltà a riconoscersi come meticcie, “le culture ataviche difendono in maniera spesso drammatica lo statuto della loro identità a radice unica, per la concezione sublime e mortale che i popoli d’Europa hanno veicolato in tutto il mondo, ovvero che ogni identità è un’identità a radice unica, che esclude ogni altra. Questa visione si oppone alla nozione reale nelle culture composite dell’identità come fattore e risultato di una creolizzazione, e quindi dell’identità come rizoma, radice che si incontra con altre radici”.
Ecco cosa ritengo valga di più: una visione reale e integra, non preconcetta sul mondo.
A chi interessa, piccolo excursus di paralleli e paragoni letterari tra poesia greca arcaica e poesia del Vicino Oriente ripresi dal colossale studio degli ultimi anni di Martin L. West “The East Face of Helicon”:
- Metafore come “cuor di leone” e “duro come pietra” sono comuni a tutta l’area mediterranea
- Il raro aggettivo omerico “anemo’ios”, “ventoso” nel senso di “vano” sembra avere paralleli non in greco classico ma nell’epoca semitica
- L’immagine “fuoco che mangia” o l’anafora “vidi… vidi” o “vedemmo… vedemmo”, usuale dall’Odissea a Rimbaud, ha precedenti nella versione medio babilonese del Diluvio universale
- L’uso di figure come l’epanalessi, ben attestata in documenti ugaritici
- Moduli descrittivi come “C’è una città chiamata…” sono sia omerici che ittiti e gilgameshiani
- Alcune esclamazioni greche, come “aiai”, sembrano venire da lingue semitiche
- Paragoni poetici come “Amore mi scuote come il vento un albero” si trovano in Saffo ma anche in Isaia o la formula interrogativa “a chi potrò paragonarti” si riscontra nella poetessa di Lesbo ma anche in Ezechiele
- L’uso in funzione comparativa della preposizione “di” (fiori d’oro) presente già in Pindaro ha attestazioni nell’epos di Gilgamesh
domenica 7 giugno 2009
Perché Milano è davvero africana
Ciao. Noto con tristezza che l'ultimo post è ormai vetusto e datato gennaio 2009! E' ora di ricominciare a scrivere e per l'occasione voglio postare un bell'articolo di Rinaldo Gianola sull'immigrazione a Milano, tratto dal sito de L'Unità il 6 giugno 2009. Buona lettura.
Ci sono così tanti immigrati in giro per le strade che Milano sembra una città africana, si lamenta Silvio Berlusconi. E ha ragione. Milano è davvero un po’ africana, ma non solo: è rumena, egiziana, cinese, ucraina, filippina e molto altro ancora. Milano è il luogo dell’immigrazione, della secolare accoglienza, a volte contrastata e spesso violenta, di tutte le etnie possibili, e prima che diventasse il paradigma del volgare governo della destra e della Lega questa era anche la città che offriva l’occasione dell’emancipazione e del riscatto a milioni di “diversi” che cercavano fortuna sotto le guglie del Duomo.
Berlusconi è un milanese, nato nel quartiere popolare dell’Isola, a pochi metri di distanza dalla storica sede dei comunisti di via Volturno. Poi ha frequentato l’istituto dei Salesiani, ma pare aver dimenticato tutto. Sarà colpa della “gnocca”, come spiega Libero, o degli effetti collaterali delle pozioni miracolose che promettono l’eterna giovinezza, ma il premier ha rimosso la storia e i suoi ricordi. Forse dovrebbe chiedere aiuto all’amico Fedele Confalonieri il quale potrebbe ricordargli la "casbah" attorno alla Stazione Centrale, le “coree” proletarie delle periferie, l’invasione dei “terroni” che consumavano la vita nelle fabbriche della cintura nord. Tutti immigrati, deboli, umili e con un gran voglia di farcela. Come Weah, ex centravanti molto “abbronzato” del Milan.
Milano è africana e molto altro ancora perchè qui la Chiesa è storicamente aperta e tollerante. In questa città, agli albori del cristianesimo, l’africano, africano per davvero, Sant’Agostino viene convertito e battezzato da Sant’Ambrogio, il patrono della città. Federico Borromeo spediva i suoi inviati in giro per il mondo ad acquistare i Codici arabi, i testi dell’Islam, a cercare e conoscere le culture diverse, quelle lontane dal cristianesimo. Questi volumi erano curati, studiati, conservati e oggi quel patrimonio è custodito in quel gioiello che è la Biblioteca Ambrosiana dove vengono ospitati a studiare neri e perfino musulmani. Questo è il Dna della Milano africana che fa paura oggi a Berlusconi e ai suoi sodali leghisti. Il consigliere Salvini della Lega che propone carrozze e posti della metropolitana riservati ai milanesi dovrebbe essere costretto a studiare per qualche anno all’Ambrosiana.
Milano è africana perchè è una città che ha prosperato sull’immigrazione. E questo fenomeno non è finito, continua, si allarga, spaventa ma si perpetua. Su quattro milioni di persone che ogni giorno vivono e lavorano a Milano circa il 10% sono immigrati ma probabilmente la percentuale vera, quella che sfugge alle statistiche ufficiali, è più alta. Le colf filippine, le badanti ucraine, i ristoratori cinesi, i muratori rumeni, i facchini latino americani, i siderurgici africani, fanno funzionare le aziende e le famiglie, alimentano lo sviluppo, questa è la realtà come avviene a Londra, Parigi e Berlino.
Oggi se l’immigrazione, se Milano africana fanno paura è perchè manca un governo dell’accoglienza, perchè si pensa che solo le legnate possano produrre risultati, perchè il vice sindaco De Corato annuncia che su 25 stupri ben 23 sono responsabilità di extracomunitari ma dimentica di chiedere alla Procura l’elenco delle violenze consumate tra le serene mura domestiche degli italiani. Sui giornali finiscono solo i rom. Si vorrebbe che gli immigrati andassero a lavorare in fabbrica, ma poi sparissero ai nostri occhi per non disturbare. Così si spiega che in una metropoli ricca e opulenta come Milano la comunità islamica non abbia ancora un posto per la preghiera. E magari sarà costretta a rioccupare il marciapiede di viale Jenner.
L’anno scorso, durante una puntata dell’Infedele di Gad Lerner, una bella signora africana, spiegando la sua vita, disse: «Noi ci prendiamo cura degli italiani». È vero, è una frase perfetta se solo fossimo capaci di capire.
giovedì 1 gennaio 2009
La barzelletta delle intercettazioni telefoniche, un caso emblematico di "necessità dei potenti truffaldini".

Allora sì che il nostro Bel Paese potrà dirsi davvero finito, in mano alla corruzione, premiata, e quindi sempre più dilagante, a un potere corrotto e truffaldino: politici, giudici, forze di polizia ma anche "semplici" imprenditori o amministratori. Tanto il nostro è sempre stato e sarà il Paese dei fubetti e dei voltafaccia, dei moralisti di facciata e dell' "arraffa-arraffa che tanto nessuno ti fa niente" (se hai i soldi e qualche buon intermediario). Il Paese dove "lo fanno tutti" funge da intensa giustificazione morale e dove, se ti tovi nei guai con la giustizia, puoi sempre reclamare un ingiusto giustizialismo (che ossimoro efficace) proprio nei tuoi confronti (chissà se il ventenne spacciatore, preso con le mani nel sacco, potrà cercare di difendersi davanti ai giudici dicendo che la polizia però lo seguiva da mesi, forse da anni...come dire, si può chiudere un occhio ogni tanto, anche due). E ciò sembra non scuotere la coscienza di molti.
Va bene, ora andiamo al punto Berlusconi promette per il nuovo anno, riforme sulla giustizia, sui processi civili e penali, oltre che sulle intercettazioni telefoniche. E' quest'ultimo punto che mi ha fatto fare un, nuovo, enorme salto sulla sedia.
Rispuntano tra i "grandi" problemi del Paese le intercettazioni telefoniche. Sembra una barzelletta non è vero? In primo luogo mi chiedo come fa, con quale enorme potere, Belusconi sia riuscito, ok dopo averne parlato in tv diverse volte, a far credere alla gente comune, ma non solo (anche Vespa, mentre continua a servirsene per alcuni processi che segue nel suo "Porta a Porta" come il delitto di Cogne o di Erba, ripete come sia fondamentale limitarle) che le intercettazioni telefoniche siano un grosso problema del Paese, al punto che le stesse persone comuni debbano essere all'erta, perchè potrebbero essere spiate e intercettate in qualsiasi momento. Ma perfavore! Sarà mai possibile una cosa del genere? Capisco che la mia vicina abbia manie di grandezza ma non credevo davvero che la gente fosse così stupida. E, per riprendere il discorso di prima, su come il nostro Paese premi e sia fedele ai furbetti e moralisti di facciata, sarebbe grave essere intercettati perchè "ce ne sono pochi con la coscienza a posto".
Insomma come a dire che se sei un onesto cittadino italiano che paga le sue tasse e fa il suo lavoro onestamente dovresti preoccuparti di qualcosa! Io farò parte di quella "piccola" parte di italiani che si sentono tranquillamente a posto con se stessi e che non me ne sbatte un tubo delle intercettazioni telefoniche, nel senso che le ritengo molto utili per certi tipi di misfatti, sopratutto quelli legati alle alte sfere, politiche o ecomoniche che siano, visto che si sono dimostrate, in quegli ambiti, le uniche ricerche efficaci. Ricordo, solo così per sfizio, Bancopoli, Calciopoli, clinica horror Santa Rita, Sismi deviato, Tangentopoli a Firenze, Pescara, Napoli, Potenza. Appare lampante a questo punto come le intercettazioni telefoniche siano sì un grosso problema, ma solo per quei potenti che, con i soldi possono comprare tutto, ma non possono (sempre con quelli) cancellare loro parole ormai registrate.
Come ha detto il nostro Premier le intercettazioni telefoniche potranno essere utilizzate solo per i reati maggiori, sopra i 15 anni di reclusione, come il terrorismo internazionale e il crimine organizzato di stampo mafioso. Ma volete sapere quali sono quindi i reati "minori" per cui vengono vietate? Associazione a delinquere, sequestro di persona, rapina, stupro, furto, spaccio, estorsione, truffa, frode fiscale, bancarotta, omicidio colposo e sfruttamento della prostituzione. Sono reati minori questi? Sarà felice lo spacciatore ma sarà molto più felice il dirigente corrotto, l'affarista truffaldino, il politico consenziente.
Spero vivamente che qualche voce si leverà e si farà sentire, perchè ci siamo stufati tutti di questo silenzio-assenzo che continua a far da padrone nel nostro Paese, di questa grande barzelletta che è l'Italia che "decostruiamo/costruiamo" zoppa giorno dopo giorno.